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Anoressia e Bulimia: due nomi che fanno paura

Anoressia e Bulimia: due nomi che fanno paura

L’anoressia mentale e la bulimia mentale sono disturbi diversi, ma imparentati. Entrambi, infatti, oltre ad avere in comune un conflittuale rapporto con il cibo, insorgono tipicamente nell’adolescenza e nella prima vita adulta.

L’anoressia mentale può essere definita una sindrome caratterizzata dall’autoimposizione di astenersi dal cibo, da parte di individui che scelgono di non nutrirsi, data la loro avversione nei confronti del cibo o la loro paura di aumentare di peso.

Generalmente l’anoressia mentale è un problema che si verifica soprattutto in ragazze adolescenti o in giovani donne, più raramente nel sesso maschile.

Il sintomo fondamentale dell’anoressia mentale è dato dal cospicuo calo del peso dovuto alla restrizione calorica volontaria. Altro aspetto preminente è l’amenorrea (scomparsa del ciclo mestruale) che è presente con frequenza in molti casi di anoressia.

La bulimia mentale è caratterizzata, invece, da crisi improvvise di eccessiva ed incontrollata ingestione di cibo (in particolar modo alimenti ipercalorici e dolci), che si verifica soprattutto nelle ore notturne.

Le persone affette da bulimia si lasciano andare a grandi abbuffate cercando spesso di ristabilire il controllo del proprio peso provocandosi il vomito e facendo un uso eccessivo di lassativi e diuretici.

Esiste quindi, come abbiamo visto, una differenza tra anoressia e bulimia. ‘E comunque vero che spesso non esiste un netto confine tra queste due sindromi, l‘una si interseca nell’altra e viceversa. Ciò che le persone anoressiche e bulimiche hanno in comune è l’utilizzo del corpo, del cibo e del peso per esprimere un forte disagio interiore.

Da alcune recenti statistiche risulta che circa il 20% delle ragazze italiane soffre di anoressia e bulimia e non risulta trascurabile neanche il numero dei ragazzi che presentano questi disturbi e che con più difficoltà vengono allo scoperto.

La psichiatra Mara SelviniPalazzoli è stata la prima a definire “mentale” l’anoressia collegandola ai rapporti familiari ed alla realtà sociale. In passato, infatti, tale sindrome veniva chiamata “nervosa” e curata da neurologi ed endocrinologi perché si riteneva fosse cointeressata l’ipofisi e altri meccanismi biologici.

Il fattore dieta è considerato oggi il fattore scatenante di questa malattia.

I mass-media e la cultura contemporanea molto spesso propongono degli standard irrealistici di bellezza femminile (magro è bello) influenzando in modo particolare il comportamento degli adolescenti.

Se la cultura da un lato propone la moda della “ragazza grissino”, dall’altro oggi si riscontra all’interno della famiglia un’attenzione sempre crescente dei genitori nei confronti dell’alimentazione dei figli.

Con maggiore frequenza rispetto al passato, i primi si sentono responsabili del benessere dei secondi, arrivando addirittura a “pregare il figlio perché mangi”. Certamente con ciò non si vuole puntare il dito contro nessuno. ‘E vero, comunque, che con il cibo spesso si vogliono colmare diversi “vuoti” affettivi che potrebbero essere sanati con una comunicazione più autentica in modo particolare all’interno dell’area familiare.

Qual è dunque il trattamento per l’anoressia e la bulimia? Esistono diversi approcci. Uno di questi è dato dalla terapia familiare, o definita anche sistemica, che collega l’insorgenza del disturbo alimentare alla confluenza di due gruppi di fattori: quelli tipici della cultura occidentale e quelli legati a specifiche interazioni della famiglia del paziente. L’approccio sistemico, e la parola stessa lo dice, si occupa in modo particolare delle relazioni che si hanno all’interno del sistema familiare e dell’influenza che tali relazioni hanno prodotto sul figlio “disturbato”. Chiaramente tale modello non si limita a “lavorare” solo sul sistema, ma prende in considerazione anche i singoli membri che lo compongono, i loro desideri, i loro scopi e le strategie messe in atto per raggiungerli.

Spesso nell’anoressia e nella bulimia si parla di “rapporto conflittuale” con la figura materna, nel senso che alla base vi sia un “cattivo” rapporto con la madre. Il Professor De Giacomo ( che fu ordinario di psichiatria all’Università di Bari) utilizzava sempre l’approccio sistemico, per il trattamento dell’anoressia, introdusse all’interno delle strategie operative una variante un po’ insolita che da lui veniva definita “il viaggio”. Più esattamente egli proponeva alle sue giovani pazienti di intraprendere un viaggio, della durata di quattro settimane, con il padre: ciò sembrava giovasse molto alla salute delle ragazze anoressiche.

Altro approccio è quello comportamentale. I ricercatori comportamentali più che interessarsi alle cause di questi disturbi, si sono focalizzati sullo sviluppo di terapie in grado di modificare il comportamento alimentare. Fra le tecniche da loro maggiormente usate troviamo: la desensibilizzazione sistematica, avente lo scopo di eliminare gradualmente le componenti fobiche, come la fobia del peso, la paura delle critiche negative e l’ansia sociale; il modellamento di adeguate risposte alimentari con un rinforzo graduale e progressivo di normali abitudini alimentari acquisite.

Altra tecnica è rappresentata dal training assertivo. Secondo alcuni autori sembra, infatti, che, soprattutto in pazienti anoressici, vi sia una mancanza di abilità interpersonali. Quindi i problemi che più comunemente vengono affrontati con tale training sono: l’indecisione, la dipendenza dalla madre, la paura del fallimento e della critica negativa, il desiderio di perfezione etc…

In alcuni casi, in base all’approccio comportamentale, può risultare utile per il paziente un allontanamento dalla famiglia, nonostante questo venga fortemente contrastato sia dai genitori (o dal partner) che dal paziente stesso.

Dott.ssa Laura Bonanni
Psicologa Psicoterapeuta a Roma (RM)


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Dott.ssa Laura Bonanni

Psicologa Psicoterapeuta

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