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Aspetti psicologici: da un limite una risorsa

Ognuno di noi ha punti di forza e punti di debolezza, risultato di almeno tre fattori, che interagiscono in modo complesso e spesso imprevedibile:

  • il primo è dato dalle nostre caratteristiche individuali, ciascuno infatti ha un proprio corredo genetico anche di tipo psicologico […] La cosa migliore che possiamo fare è quella di imparare a conoscere la nostra soggettività, ad accettarla ed espanderla, piuttosto che cercare disastrose imitazioni e paragoni!
  • il secondo fattore è dato dalle circostanze di vita: cambia indubbiamente molto se si nasce in un luogo fertile oppure arido, in tempi di guerra o di pace, da un genitore ricco e colto o da un genitore alcolizzato e violento …
  • il terzo fattore, l’unico per il quale gli psicologi possono dire costruttivamente la loro, è dato dall’ambiente psicosociale di origine […] rete complessa di influenze e di messaggi che il bambino riceve dalle persone che lo allevano, i genitori prima di tutto, ma anche parenti, insegnanti e perché no, idoli televisivi e simili.» (M. Novellino)

Ho voluto iniziare questo capitolo, riguardante gli aspetti psicologici correlati all’albinismo, con questa significativa citazione per due motivi.

Innanzitutto è importante ricordarsi che siamo esseri altamente complessi e che spesso delle condizioni di vita al limite dell’impossibile aprono strade inaspettate! Tali condizioni possono consentire l’emergere di un’importante attitudine proattiva: la ”forza d’animo” (resilienza) mediante la quale possiamo trasformare/convertire situazioni considerate altamente limitanti in possibilità di crescita e cambiamento.

Inoltre non si dovrebbe dimenticare che ciascun individuo è portatore di una ricchezza che può essere riconosciuta e valorizzata, grazie alla qualità delle relazioni interpersonali primarie, ossia quelle che si stabiliscono, da subito, fra il bambino e le persone che si prendono cura di lui: genitori, insegnanti, educatori …; imparare a riconoscere e ad accettare la propria soggettività, aiuterà a costruire una potente protezione nei confronti di “disastrose imitazioni e paragoni!”

L’albinismo è un’anomalia genetica che produce varie conseguenze, visibili e non visibili, e dà origine a limiti fisici visibili (gestibili) ed a limiti psicologici meno visibili ad occhio nudo ma altrettanto importanti e di non automatica e tecnica risoluzione/gestione.

Cos’è un limite? Cosa significa essere portatore di un limite? Cosa succede quando ci si rende conto dell’esistenza di un limite?

Un “limite” è una barriera, un confine, un ostacolo, un impedimento che generalmente porta a fermarsi ed a valutare cosa fare, che direzione prendere.

In questo senso, quindi, un limite dovrebbe portarci a riflettere costruttivamente.

Quando parliamo di limite non possiamo fare a meno di parlare anche di “soglia”, intesa nel senso di «livello minimo di intensità di una sensazione oltre il quale essa è percepita come dolore» (vocabolario della lingua italiana Zingarelli). Questo significa che la capacità di tollerare, gestire, accettare il proprio limite (ed anche il dolore psicologico ad esso correlato) può variare per la stessa persona da momento a momento, ed a parità di limite, anche da persona a persona.

Cosa succede in una famiglia quando nasce un figlio albino?

Quando le cose vanno per il meglio e cioè viene fatta tempestivamente e correttamente una diagnosi, subito ci si preoccupa della “questione vista” ed è normale; il discorso dell’ipovisione con i suoi annessi e connessi (nistagmo, a volte strabismo) non è il solo a caratterizzare la “diversità” di questo bambino, c’è il colore della pelle molto chiara, il colore dei capelli che vanno dal bianco al giallino; insomma si vede proprio che è diverso! A questo punto si fanno i conti con una nuova ed impegnativa situazione, un “evento stressante e spesso traumatico” di fronte al quale la buona volontà dei genitori, la presenza di un contorno familiare adeguato (quando esiste), la vicinanza di amici, non sempre bastano.

Il nuovo nato costringe ad una doppia riorganizzazione: una, più strettamente di carattere pratico, logistico, fatta di contenuti, cioè accorgimenti ambientali e personali per il benessere del piccolo (attenzione alla luminosità, al colore degli ambienti, all’abbigliamento e agli accessori) ed un’altra, più onerosa e “dolorosa”, caratterizzata da una riorganizzazione del proprio mondo interno e dei propri “vissuti interiori” (aspettative, paure, bisogni, ideali e perdite, fantasie, convinzioni). Ed è proprio questa seconda riorganizzazione che rappresenta una “sfida” non facile, non scontata, ma necessaria.

Non dimentichiamo che per ciascuno di noi i valori, le credenze della famiglia in cui siamo vissuti, il modo di concepire la vita, il tipo di educazione ricevuta, hanno esercitato una notevole influenza sull’idea che ci siamo costruiti su noi stessi, di noi in rapporto agli altri, di noi in rapporto alle esperienze di vita; e tutto ciò è ancora più significativo quando parliamo di bambini e/o adulti che presentano limiti e difficoltà oggettive legate ad una condizione di nascita.

Vediamo più in dettaglio cosa sono i “vissuti interiori”, che peso possono avere sulla qualità delle relazioni interpersonali primarie e, conseguentemente, su un sano sviluppo di una personalità adulta.

I vissuti interiori sono rappresentati da quelle fantasie, quelle aspettative, quei bisogni, quelle paure, quei desideri, che un genitore ha, più o meno consapevolmente, su come sarà il proprio figlio, su come si svolgerà la sua vita, su come andranno i rapporti fra loro; tutto ciò ancor prima che nasca, in sintesi, già se ne ha un’immagine mentale precostituita, ed è naturale che sia così.

Tuttavia la costruzione di questa immagine mentale può rappresentare un rischio se al momento del contatto-confronto con la realtà del bambino, si resta ancorati in modo rigido alle proprie posizioni e convinzioni, dimenticando che colui che ci sta di fronte è un essere umano separato da noi, che presenta sue caratteristiche peculiari: il bambino non è un prodotto, un prolungamento dell’adulto.

In sintesi quindi, a livello di processo possiamo dire che i “vissuti interiori” portano a delle convinzioni: su di sé, su gli altri e sulla vita. Alle convinzioni faranno seguito delle decisioni che diventeranno operative nel momento in cui si metteranno in atto  modelli comportamentali.

“Cosa rischia di trasformare un limite in blocco invalidante?”

Fondamentalmente la messa in atto di modelli comportamentali di allontanamento/negazione, di minimizzazione del problema, così come modelli comportamentali iperprotettivi/svalutanti dell’altro e delle sue reali capacità.

Possiamo riassumere, in sintesi alcuni vissuti genitoriali/familiari che in qualche modo sono alla base di tali modelli comportamentali:

  1. il segreto (paura di dire la verità, negazione della verità);
  2. il senso di colpa (sentirsi colpevoli e quindi sempre “debitori” per ogni necessità);
  3. la bugia (mistificare la realtà, per proteggersi da qualcosa che si vive come altamente negativo e condizionante);
  4. la paura per il futuro (ansia, rabbia e impotenza);
  5. la vergogna (cercare di far apparire la realtà diversa da ciò che è, fingere, ostentare una normalità agli occhi della gente);
  6. a responsabilità (“risarcimento del danno”, iperprotezione).

“Cosa trasforma un limite in una risorsa/crescita?”

La messa in atto di modelli comportamentali incentrati sulla consapevolezza delle reali capacità presenti nel bambino, assumendo una convinzione realisticamente positiva che influenzerà le reazioni, gli stati d’animo e molto ancora.

Ecco alcuni vissuti genitoriali/familiari che possono essere considerati alla base di tali modelli comportamentali:

  1. la verità/sincerità (dire la verità aumenta la credibilità e l’autorevolezza di un genitore agli occhi del figlio);
  2. l'assertività (quindi né passività, né aggressività);
  3. l'autostima (essere se stessi senza vergogna o rancori, arroganza o vittimismo, imparando a chiedere da una posizione di rispetto di sé e dell’altro);
  4. la responsabilità (le responsabilità della propria vita vanno assunte in prima persona, imparando ad accettare e a far accettare i no, i rifiuti, i pregiudizi e l’ignoranza altrui che spesso nasce dalla non conoscenza);
  5. il confronto (dialogo, scambio, condivisione fra genitori che vivono lo stesso problema).

Dal modo in cui i genitori saranno in grado di rivedere costruttivamente i propri equilibri interni dipenderà, in buona parte, un adeguato e funzionale sviluppo della personalità del bambino di oggi e dell’adulto di domani.

Esistono delle condizioni, dei “fattori protettivi” nell’infanzia che rendono una persona più incline a sviluppare un’attitudine molto importante: la resilienza. Tale termine, preso in prestito dalla scienza dei materiali, indica la proprietà che alcuni materiali possiedono di conservare la propria struttura o di riacquisire la forma originaria, dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o a deformazione. In psicologia con tale termine ci riferiamo alla capacità reattiva delle persone alle avversità, alla “forza d’animo”.

 Questi fattori protettivi contribuiscono alla costruzione di una vera e propria struttura mentale e predispongono a fronteggiare situazioni stressanti, cogliendo in esse più una sana sfida, un’opportunità di crescita, che realtà da evitare.

Essi sono:

  1. «una buona capacità di attaccamento ai genitori (o figure genitoriali) realizzata nelle prime fasi di vita;
  2. coltivare una sana immaginazione, creatività, sogni ad occhi aperti;
  3. acquisire competenze, coltivare hobby, avere interessi;
  4. evitare il vuoto affettivo, crearsi almeno un rapporto significativo, farsi delle amicizie, condividere, aprirsi all’esterno;
  5. imparare a dare un senso alla propria esperienza (transitorietà delle condizioni stressanti), prefigurarsi evoluzioni positive (cambiamento);
  6. gioco, senso dell’umorismo;
  7. costruzione di valori, obiettivi, motivazioni;
  8. cooperazione, interazione;
  9. costruzione dell’autostima, senso di efficacia personale (cioè dirsi che si hanno risorse per raggiungere risultati).» (A. Oliverio Ferraris)

Esistono anche dei “fattori di rischio”: condizioni che possono rendere più difficoltosa la via verso la costruzione di un’adeguata “forza d’animo”.

Eccone alcune:

  1. «provenire da famiglie multiproblematiche;
  2. gravi dissidi fra genitori;
  3. livello molto basso di autostima;
  4. esperienze di affido (della durata di oltre sei mesi);
  5. madre malata di mente;
  6. padre delinquente;
  7. sovraffollamento in casa;
  8. età ravvicinata dei figli (intervallo inferiore a due anni).» (A. Oliverio Ferraris)

Fattori protettivi e fattori di rischio rappresentano un contenuto misto con cui fare realisticamente i conti. I genitori trasmettono al proprio figlio, più o meno consapevolmente, quello che essi stessi hanno ricevuto dal sistema familiare di appartenenza; genitori consapevoli dei propri fattori protettivi e di rischio saranno potenzialmente capaci di educare alla resilienza i propri figli, favorendone una crescita armoniosa ed equilibrata.

Il forum del nostro sito, gli incontri all’interno delle Associazioni, l’esperienza informale di tipo amicale con chi condivide gli stessi problemi legati alla disabilità e diversità di cui l’albino è portatore, sono iniziative molto importanti in quanto rientrano nel gruppo dei “fattori protettivi”, che vanno rinforzati e trasmessi come “dote” ai propri figli ma non sufficienti a garantire un’autentica crescita e il raggiungimento di una vera autonomia; il rischio a cui si va incontro è quello di rinforzare disagi, paure, convinzioni distorte e di incrementare un circolo vizioso piuttosto che attivarne uno virtuoso.

La costituzione di gruppi di genitori, con carattere formativo/esperienziale, guidati da un professionista esperto, ha lo scopo di agevolare l’emergere di vissuti personali in un clima di alleanza, di condivisione protetta, consentendo la realizzazione di grandi e duraturi vantaggi personali, di coppia e genitoriali che sono la base di partenza per raggiungere l’obiettivo di un sano processo di autonomia del proprio figlio.

Un figlio, un alunno saranno ciò che noi ci aspettiamo che siano.

Imparare a conoscere i propri punti deboli, l’infanzia che si è vissuta, ci fornirà una marcia in più per “vedere realmente” colui che ci sta di fronte per quello che è e non per quello che dovrebbe o potrebbe essere, con tutti i limiti e con tutte le risorse, che vanno evidenziate, rinforzate e lodate.

Ad ogni individuo vanno riconosciute delle capacità e delle competenze relative all’età che possiede; se ci sostituiamo ad esso anticipandolo, escludendolo, fornendogli soluzioni, entriamo, inconsapevolmente ma inevitabilmente,in un ruolo, quello di salvatore; vediamo l’altro come  vittima, intendendo con questo termine colui che ha bisogno di essere soccorso.

Tale processo dinamico può andare avanti a lungo, anche per quasi un’intera vita. È un falso equilibrio e quando esso si spezza, i ruoli cambiano e si ribaltano; spesso la vittima designata può trasformarsi in un imprevisto  persecutore ed il salvatore in vittima!

Tutto ciò avviene nella completa inconsapevolezza dei partecipanti all’interazione o alla catena di interazioni, ma alcuni elementi peculiari che lo contraddistinguono: sorpresa, sconcerto, malessere, confusione, riconferma interna di proprie convinzioni su sé, sugli altri e sulla vita, rappresentano un chiaro segnale di squilibri relazionali.

Parliamo di squilibri all’interno delle relazioni, quando i rapporti non sono percepiti e vissuti come paritari, ma caratterizzati da un’alternanza di inferiorità-superiorità (down-up).

Le dinamiche relazionali così caratterizzate innescano un circuito di ruoli “pericolosi”: salvatore – vittima – persecutore, e creano sensazione di malumore, disagio, fallimento ed inutilità.

Voler aiutare qualcuno (bambino, adolescente, adulto) che presenti delle reali competenze e capacità (commisurate all’età) per poter chiedere direttamente ciò di cui ha bisogno, ci espone al rischio di attivare la dinamica sopracitata.

Un essere umano, per sua peculiare natura, si definisce grazie ad un costante e continuo processo relazionale.

Genitori, insegnanti, educatori, comunque ciascun adulto significativo nella vita di un bambino, di un adolescente, di un giovane, sono responsabili in buona parte del processo di costruzione di questa rappresentazione interna, che segnerà e disegnerà la qualità delle relazioni interpersonali presenti e future.

Le relazioni caratterizzate da un sentirsi alla pari con l’altro (io sono ok - tu sei ok), rinforzeranno il circolo virtuoso, mentre le relazioni caratterizzate da un dislivello (io non sono ok - tu sei ok, oppure il contrario, o peggio ancora, io non sono ok – tu non sei ok) rinforzeranno un circolo vizioso di scambi di ruoli, in un escalation alternante di impotenza e colpevolizzazione rispetto a sé e agli altri.

Alla famiglia sono affidati importanti compiti educativi, non delegabili ad altre istituzioni, da trasmettere più con i comportamenti che con le parole.

Tenere sempre a mente che la diversità e il limite, ci sono, ed accompagneranno il bambino per tutta la sua vita; che si può essere se stessi senza vergogna o rancori, arroganza o vittimismo, imparando a chiedere da una posizione di rispetto di sé e dell’altro; che le responsabilità della propria vita vanno assunte in prima persona, imparando ad accettare i no, i rifiuti, i pregiudizi e l’ignoranza altrui che spesso nasce dalla reale non conoscenza della condizione del limite.

Ecco le fondamenta per l’edificazione di una personalità dotata di forza d’animo, resistente allo stress, plastica e duttile verso i cambiamenti, in grado di recuperare nuovi equilibri e funzionalità, aperta alle sfide che la vita pone in ogni sua fase.

Molti genitori, mamme in particolare, ci comunicano all’interno del forum e su Facebook, più o meno esplicitamente, la paura di “sbagliare”.

Ecco cosa a riguardo scrive Winnicott (medico, psicoanalista inglese): «Una madre può fare e farà degli errori, ma se le serviranno a fare meglio in futuro, questi finiscono per trasformarsi in un arricchimento».

Dott.ssa Laura Bonanni
Psicologa Psicoterapeuta a Roma (RM)


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Dott.ssa Laura Bonanni

Psicologa Psicoterapeuta

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