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L’esperienza del limite come potenzialità di crescita

L’esperienza del limite come potenzialità di crescita

“Ciascuno di noi ha punti di forza e di debolezza, risultato di almeno tre fattori che interagiscono in modo complesso e spesso imprevedibile: il primo è dato dalle nostre caratteristiche individuali, ciascuno infatti ha un proprio corredo genetico anche di tipo psicologico. La cosa migliore che possiamo fare è quella di imparare a conoscere la nostra soggettività, ad accettarla ed espanderla, piuttosto che cercare disastrose imitazioni e paragoni!
Il secondo fattore è dato dalle circostanze di vita: cambia indubbiamente molto se si nasce in un luogo fertile oppure arido, in tempi di guerra o di pace, da un genitore ricco e colto o da un genitore alcolizzato e violento.
Il terzo fattore, l’unico per il quale gli psicologi possono dire costruttivamente la loro, è dato dall’ambiente psicosociale di origine. rete complessa di influenze e di messaggi che il bambino riceve dalle persone che lo allevano, i genitori prima di tutto, ma anche parenti, insegnanti, idoli televisivi e simili” (Michele Novellino).

È importante ricordarsi che siamo esseri complessi: spesso condizioni di vita al limite dell’impossibile ci aprono strade inaspettate. Usando una metafora primaverile, rendono possibile lo “sbocciare di fiori bellissimi”.

Cos’è un limite? Cosa significa esserne portatore? Cosa succede quando ci si rende conto di possedere uno? Un limite è una barriera, un confine, un ostacolo, un impedimento, che generalmente porta a fermarsi e a valutare cosa fare, che direzione prendere. In questo senso, quindi, dovrebbe portarci a riflettere costruttivamente.

Volutamente non farò riferimento al limite visivo in modo specifico, né all’albinismo, perché ritengo che il limite sia un “territorio generale” nel quale possiamo inserirci qualunque cosa. Quando ne parliamo non possiamo fare a meno di parlare anche di soglia, intesa nel senso di livello minimo di intensità di una sensazione oltre il quale essa è percepita come dolore. Questo significa che la capacità di tollerare, gestire e accettare il limite (ed anche il dolore psicologico ad esso correlato) può variare da momento a momento e da persona a persona. Ciascun essere umano presenta dei limiti, oggettivamente visibili o poco visibili, da parte di un osservatore esterno.

Tutto ciò che è visibile ci rende più soggetti al giudizio, alla critica, alle considerazioni dell’altro. Questo accade perché tutto ciò che si discosta dal consueto, dall’abituale, dal “noto” fa più figura rispetto a uno sfondo; quindi, spicca e “cattura” l’attenzione altrui.

Quando in una famiglia c’è un bambino “diverso”, cioè con caratteristiche fisiche e funzionali differenti da quelle “comuni”, quando nasce con una disabilità, tutto il sistema familiare si trova inevitabilmente a doversi confrontare e ricalibrare rispetto a questa nuova realtà, con le conseguenze che comporta sia al livello organizzativo-gestionale (a seconda dell’handicap) e sia sul piano dei vissuti interiori, riguardanti proprie aspettative, fantasie, convinzioni.

In relazione alle mie competenze professionali mi soffermerò a considerare sia gli aspetti dei vissuti interiori e sia l’influenza che questi operano sui messaggi di tipo verbale e non verbale, che un bambino riceve dalle persone che fin dall’inizio si prendono cura di lui; analizzerò il modo in cui tali messaggi possono influire, nel tempo, sulla percezione del limite come risorsa/crescita o come blocco invalidante.

Non dimentichiamo che per ciascuno di noi i valori, le credenze della famiglia in cui siamo cresciuti, il modo di concepire la vita, il tipo di educazione che abbiamo ricevuto hanno esercitato una notevole influenza sull’idea che ci siamo costruiti di noi stessi, di noi in rapporto agli altri, di noi in rapporto alle esperienze di vita. Tutto ciò è ancor più significativo quando parliamo di bambini e/o adulti che presentano limiti e difficoltà oggettive, legate ad una condizione di nascita.

Simbiosi naturale e patologica

Quando nasce un bambino ha bisogno di tutto. Non è autonomo rispetto al soddisfacimento dei suoi bisogni, a prescindere dal fatto che presenti un handicap o no, ma certamente non si può negare che esistono delle condizioni di disabilità che lo rendono ancor più dipendente da certi tipi di cure e di attenzioni. Quindi, nelle prime fasi di vita, fra il bambino e la mamma (o, comunque, chi si prenderà cura di lui in modo privilegiato) si stabilisce una simbiosi di tipo naturale. Per simbiosi si intende un legame molto stretto fra due individui che vengono a “formarne” uno solo, cioè due persone si comportano come se avessero bisogno l’una dell’altra, completandosi a vicenda.

Una simbiosi naturale, mediante la fusione madre-figlio, ha la duplice funzione: 1) di garantire la sopravvivenza del piccolo, cercando di soddisfare i suoi bisogni primari (mangiare, dormire, essere pulito, essere accarezzato e coccolato); 2) di garantire un’adeguata crescita psicologica-emozionale, poiché egli manca ancora di informazioni, autonomia di pensiero e comportamento. L’obiettivo di una sana crescita e, quindi, di una buona salute mentale è rappresentato dallo sviluppo di tre capacità: spontaneità, consapevolezza e intimità.

Una simbiosi è patologica quando interferisce con lo sviluppo delle tre capacità menzionate, quando si stabilsce una relazione in cui ognuna delle parti usa solo parzialmente le strutture interne che occorrono per un funzionamento adeguto nel mondo, quando una minaccia per uno dei due è una minaccia anche per l’altro, quando il benessere di uno esiste soltanto se c’è il benessere dell’altro, quando le scelte di ciascuno sono limitate e condizionate dall’approvazione dell’altro.

La psicopatologia della simbiosi consiste nell’incapacità di un individuo di essere una persona completa da solo, cioè nel sentire il bisogno di una costante presenza di un’altra persona, reale o psicologica che sia. La relazione simbiotica, come abbiamo visto, è fisiologica nei primissimi anni di vita, ma diventa patologica quando chi si prende cura del bambino reagisce rinforzando il legame di dipendenza simbiotica al tentativo del piccolo di distaccarsene.

Se questo è un rischio presente, potenzialmente, in tutte le situazioni di cosidetta “normalità di vita”, immaginiamo cosa possa accadere in tutte quelle situazioni in cui esiste un limite conclamato: il rischio di mantenere una relazione simbiotica, al di là dei tempi fisiologicamente canonici, aumenta notevolmente.

I pericoli dei sensi di colpa

I genitori spesso soffrono, consapevolmente – ma molto più spesso inconsapevolmente – di sensi di colpa rispetto al limite di cui il figlio è portatore. Tali sensi di colpa spesso li portano ad assumere modalità comportamentali relazionali poco funzionali e scorrette per il benessere e l’autonomia del bambino, ripercuotendosi negativamente sulla costruzione di una futura autostima.

Il meccanismo che mantiene una relazione simbiotica è rappresentato dalla svalutazione che si estrinseca attraverso una minimizzazione o negazione di qualche aspetto del sé, degli altri e della realtà. Il risultato operativo di una svalutazione è rappresentato dalla passività nei confronti della soluzione di un problema.

Ci sono quattro modi di operare una svalutazione di un problema:

  • si svaluta l’esistenza del problema;
  • si svaluta la rilevanza del problema, c’è una minimizzazione del problema;
  • si svaluta la possibilità di risolubilità del problema;
  • si svalutano le capacità personali di risolvere un problema.

Cosa sta a significare tutto ciò? Che se un individuo mette in atto una o alcune delle modalità di svalutazione mantiene la simbiosi perché non fa nulla per agire in prima persona ed affrontare attivamente la realtà, aspettandosi che qualcun altro lo faccia per lui.

In tal modo si creano i presupposti perché si instauri una relazione di tipo simbiotico patologico.

Cosa rende un limite un blocco invalidante? La messa in atto di comportamenti di allontanamento/negazione, di minimizzazione del problema così come i comportamenti iperprotettivi/svalutanti l’altro e le sue reali capacità. 

Rischio aspettative negative

Da notare che le aspettative negative possono determinare il fallimento relazionale. Possiamo dire che i vissuti interiori portano a delle convinzioni: su di sé, sugli altri e sulla vita.

Facciamo un esempio di atteggiamenti di allontanamento/negazione e minimizzazione del limite. In alcune famiglie o anche in contesti scolastico-educativi l’idea di persona vincente, realizzata e capace, è fortemente condizionata da una visione (erronea) di perfezione; quindi, esiste una convinzione più o meno consapevole che nella vita riuscirai se sarai in grado di dimostrare di essere sempre all’altezza delle situazioni, sempre il migliore, cavandotela da solo. Potrebbe accadere che fin da piccoli i bambini ricevano messaggi verbali e non verbali (questi ultimi sono molto più incisivi dei verbali), del tipo “sii perfetto”, “non essere te stesso”, “compiaci”, cioè mettiti nelle condizioni di essere gradito agli altri, “sii forte”, cioè cerca di farcela da solo, dimostragli chi sei; “non sentire”, ad esempio, il dolore, il dispiacere per la tua stessa diversità.

A una convinzione fa seguito una decisione cherappresentaunasceltaechedàoriginea un modello di comportamento. Quindi, restando nell’ambito dello stesso esempio, se si rafforza la convinzione che essere forti, mostrarsi diversi da come ci si sente e si è, piacere prima di tutto agli altri, nascondere il proprio dolore, stringere i denti e andare avanti, porta ad essere “accettati” e visti come vincenti, allora si deciderà di adottare – con una certa sistematicità – alcuni modelli comportamentali di tale tipo, che alla lunga, tuttavia, produrranno i loro negativi e infruttuosi effetti, sia a livello psicologico che fisico. Ad esempio, il non sentirsi mai all’altezza, avere una bassa autostima, l’insoddisfazione (connessa al fare costantemente confronti con gli altri), l’irritabilità, la stanchezza, l’affaticamento e lo stress. Questo è solo un esempio del modo in cui può essere negata la diversità, il limite.

Un’altra modalità – che poi rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia – è rappresentata da messaggi di tipo svalutante e da comportamenti iperprotettivi, come ad esempio “non farcela”, cioè non riuscirai da solo, “stai attento-sii prudente”. In qualche modo è come dire: “dubita di te”, “non ce la puoi fare”, “non fare niente”, è meglio non far nulla perché qualunque cosa è talmente pericolosa che potresti farti male. Oppure, ancora, “non pensare”, il che è tipico di chi tende a sminuire il pensiero altrui, “non crescere”, cioè resta piccolo, non scoprire le tue risorse e non prendere atto dei tuoi limiti reali e, in ultimo, “non far parte”, non appartenere; quindi, si trasmette l’idea che essere diversi dagli altri implica restare per conto proprio.

Conosci te stesso e gli altri

Cosa succede a questo punto? Nel tempo si acquisisce un senso di grandiosità irrealistica nel primo caso e, nel secondo, una sorta di incapacità e bassa stima di sé, con conseguente costruzione – al livello mentale e poi comportamentale – di un senso di impotenza e di inadeguatezza. Queste in nessun caso rappresentano caratteristiche immutabili del proprio essere. Sono unicamente impedimenti che spesso derivano da una educazione ricevuta e che possono essere contrastati.

Cosa trasforma un limite in una risorsa/crescita? La consapevolezza delle reali capacità, assumendo una convinzione realisticamente positiva che influenzerà anche le azioni e gli stati d’animo e molto ancora. L’aspettativa positiva può favorire il buon esito di qualcosa.

È di fondamentale importanza lavorare, quindi, al fine di costruire e promuovere l’autonomia del bambino che presenta dei limiti (così come dell’adulto che si accorge di essere bloccato ed inibito a dismisura); innanzitutto, bisogna operaer al livello di pensiero-sensazione e poi sul piano comportamentale-relazionale, poiché il pensiero (che non si vede) agisce direttamente sui comportamenti (che si vedono).

È compito del genitore e dell’educatore fornire cure e protezione, ma contemporaneamente dare permessi ed autorizzazioni per crescere e conoscersi sperimentando. Tornando a quanto detto sopra si può, ad esempio, permettere al bambino di sentire il proprio dolore per la sua diversità, lasciandolo parlare e sfogarsi anche con rabbia, autorizzarlo a sentirsi debole ed insicuro rispetto ad alcune cose, per poi vedere assieme come potersi sentire competente e capace, permettergli di fare le proprie esperienze di giochi, anche se ne abbiamo paura, standogli vicino e lasciandoci guidare da lui (cercando di capire come si sente e le difficoltà che sperimenta).

Non esistono regole da manuale in grado di risolvere “matematicamente” i problemi, non esiste in assoluto un modo giusto ed uno sbagliato di procedere. È compito del genitore e dell’educatore fornire cure e protezione, ma contemporaneamente dare permessi ed autorizzazioni per crescere e conoscersi sperimentando. È sempre importante ricordare che di fronte a noi c’è un altro essere umano che, se pur con dei limiti e delle diversità, è altro da noi. Bisogna, in sostanza, insegnare l’autonomia che porta alla condivisione, mentre la dipendenza conduce alla simbiosi, anticamera della solitudine (F. Frascolla).
 
“Il vincitore non è colui che ottiene un vantaggio sugli altri o che arriva prima di qualcun altro, ma chi realizza in modo etico le mete che ragionevolmente ha scelto. Il vincitore ritiene di poter raggiungere le mete che si è dato in quanto le mete stesse sono commisurate alle sue energie, ai suoi mezzi, alle sue conoscenze e alle reali disponibilità del mondo che lo circonda” (C. Moiso, M. Novellino)

“Chi è abbastanza forte da sentire e sopportare il dolore, è altrettanto in grado di vivere pienamente” (M. Novellino)

Dott.ssa Laura Bonanni
Psicologa Psicoterapeuta a Roma (RM)


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Dott.ssa Laura Bonanni

Psicologa Psicoterapeuta

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Iscritto all'Ordine ordine degli Psicologi del Lazio n° 3337 - data iscrizione (25/11/1993)

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